I 5 libri più amati dai lettori di IBS

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Stai cercando un nuovo libro che ti possa accompagnare nelle ore prima di mettersi a dormire, magari accompagnato da un buon thè caldo con il quale rilassarsi? Abbiamo creato questa speciale classifica partendo dalla classifica IBS dei libri più amati dai lettori, per offrirvi una scelta variegata di titoli, adatti per tutti i gusti.

Grazie ai nostri coupon potrai scegliere i libri dalla lista ed ottenere succolenti sconti per la costruzione della lista primaverile dei libri da leggere:

1) L’Isola degli Idealisti

5 migliori libri

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Il libro di Giorgio Scerbanenco tra il 1942 e il 1943, mentre Georges Simenon dalla Francia medita di fuggire negli Stati Uniti e Friedrich Dürrenmatt esordisce a teatro, il nostro Giorgio Scerbanenco soggiorna per qualche tempo in un albergo di Iseo, in attesa di rifugiarsi in Svizzera. Sono anni turbolenti per gli scrittori europei, anni in cui molte idee vengono messe alla berlina e molte abilità vengono sfruttate mossi dal bisogno o dalla paura.

Il parallelismo tra Simenon e Scerbanenco, sia per l’intensità con cui hanno prodotto tanta letteratura, sia per le modalità di ingaggio, diciamo così, quasi professionistico da parte dell’industria culturale, è ormai abbastanza noto ai lettori. I noir di Scerbanenco, ambientati in una Milano popolare e operaia, ricordano per molti versi l’opera di Simenon. Il fatto che anche Scerbanenco abbia scritto moltissimo e spesso sotto pseudonimo, su riviste femminili o romanzi a puntate è il secondo tratto distintivo che li rende in qualche modo omologhi.

Tuttavia la trasfigurazione operata dagli editori italiani sull’immagine di George Simenon, e sul nostro immaginario, non si può dire che abbia ancora sfiorato l’opera di Giorgio Scerbanenco, che esule e apolide era allora e tale è rimasto quasi irrimediabilmente in questi anni.

Dico quasi perché oggi sua figlia Cecilia sta faticosamente ricostruendo l’opera di suo padre, dispersa tra mille nom de plume, nel mare magno delle pubblicazioni periodiche italiane.

Tra le carte rocambolescamente recuperate spunta adesso un romanzo totalmente inedito, scritto appunto negli anni Quaranta. Si tratta di un romanzo, L’isola degli idealisti, commissionato probabilmente dal Corriere della Sera dopo il successo di altri due romanzi a puntate Cinque in bicicletta e Cinema tra le donne. Anche questo sarebbe dovuto uscire a puntate, se non fosse rimasto per tutti questi anni in un cassetto della seconda moglie dello scrittore, Teresa Bandini Scerbanenko.

Acerbo rispetto ai noir della maturità, scritti negli anni Sessanta, questo romanzo rivela la grandiosa capacità dell’autore di tratteggiare i personaggi e contemporaneamente la sua abilità nell’ideare degli arditi esperimenti sociali. La trama di questo romanzo eguaglia per audacia i testi di Dürrenmatt. Sull’isola del Ginestrin, che è praticamente uno spuntone di roccia in mezzo al lago, è situata la grande villa del dottore Reffi, abitata solo dal dottore, dai suoi figli e dai suoi più stretti collaboratori.

Un giorno, a turbare la quiete del simpatico e scettico dottore, di sua figlia Carla, scrittrice e sognatrice, e del figlio minore Celestino, un matematico dalla tagliente logica, arriva una coppia di ladri in fuga dal continente. Beatrice e Guido sono ladri d’albergo che, braccati dalla polizia, giungono sull’isola in cerca di un nascondiglio. Mentre Antonio li irride minacciandoli di consegnarli alla polizia e Carla offre loro protezione, il diabolico Celestino ha in mente un ardito esperimento sociale: vuole rieducarli. Solo dopo che i due avranno dimostrato di essere diventati delle persone oneste potranno andare via dall’isola.

Il plot narrativa fa invidia ai migliori telefilm dell’epoca, la prosa è semplice ma incisiva. Scerbanenco lascia al lettore italiano un’altissima prova di scrittura che a tratti trascende la pura e semplice letteratura d’evasione per toccare dei temi etici e sociali importanti, soprattutto per l’epoca. Un approccio alternativo a un autore imprescindibile nella storia della letteratura italiana.

2) Il metodo Catalanotti


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«La figura di Catalanotti pariva essiri composta da pirsone diverse: un colto lettore, un usuraro di media stazza e ‘n omo bastevolmenti dinaroso che, va’ a sapiri pirchì, assai si ‘ntirissava del caratteri e della psicologia dell’autri. Chist’ultimo era l’aspetto chiù misterioso.»

Chi è davvero Carmelo Catalanotti, il personaggio del libro di Andrea Camilleri? E perché il suo cadavere giace sul letto vestito di tutto punto e con il manico di un tagliacarte che spunta dal petto? Perché le tracce di sangue sulla sua camicia e la sua giacca sono così scarse? Ma soprattutto, che fine ha fatto il cadavere scoperto per caso dal vicecommissario Mimì Augello durante la precipitosa fuga dalla casa di un’amante? Non è un’indagine facile quella che il commissario Montalbano si trova ad affrontare in Il metodo Catalanotti: tra compagnie teatrali improvvisate, misteriosi metodi di recitazione e l’irresistibile attrazione per la nuova affascinante responsabile della scientifica, riuscirà a venirne a capo?

La ventiseiesima indagine del commissario nato dalla penna di Andrea Camilleri si apre con un mistero: un cadavere, rinvenuto per caso dal vicecommissario Augello, è scomparso. Non è quello di Carmelo Catalanotti, morto pugnalato al cuore all’altro capo di Vigàta, eppure apparentemente sono tanti i tratti in comune. Impossibile, però, che qualcuno l’abbia trasportato fin lì. Che fare? Mentre Mimì Augello si dà alla caccia del cadavere scomparso, il commissario Montalbano si concentra su Catalanotti. Chi era quest’uomo? Cosa faceva realmente nella vita? Nessuno sembra essere in grado di spiegarlo fino in fondo.

È una personalità sfuggente e complessa quella di Carmelo Catalanotti, un usuraio, ma appassionato di teatro, regista teatrale e inventore di un bizzarro metodo di lavoro sull’attore: uno scavo nell’intimo per metterne a nudo i più riposti segreti, le emozioni e le esperienze più private e profonde, per liberarlo da complessi, reticenze e sovrastrutture. Un metodo capace di ridurre i suoi attori a pupi, a marionette, attraverso prove terribili. E se uno dei suoi pupi si fosse ribellato? E se l’omicidio fosse legato proprio alla messa in scena di un testo teatrale? A un incidente sul lavoro?

È quello che pensa Antonia Nicoletti, la nuova responsabile della scientifica di Montelusa. Un’attraente trentenne che farà perdere la testa a Montalbano, trasformando il commissario in un picciotto stordito da una potentissima cotta, spesso irriconoscibile nei modi, nei gesti e nei toni non solo agli occhi dei personaggi del romanzo ma ancora di più a quelli dei lettori più affezionati alla serie. Un tradimento? Forse no.

È lo stesso Andrea Camilleri, d’altronde, ad aver permesso che un amore lo sopraffacesse nella scrittura del romanzo: quello per il teatro. Ne Il metodo Catalanotti emerge infatti in tutta la sua forza, come in un omaggio, la storica passione dello scrittore per il teatro, allievo in gioventù dell’Accademia di Arte drammatica Silvio D’Amico e regista di più di cento opere tra Pirandello, Ionesco, Strindberg e Beckett.

E si sa, quando una passione domina la nostra mente, è facile distrarsi dal resto: in quest’ultimo romanzo si avverte infatti qualche lieve momento di stanca. La struttura a volte si fa macchinosa tra inserti di stampo teatrale, qualche esercizio di stile e inattese citazioni di versi di Patrizia Cavalli, Pablo Neruda e Wislawa Szymborska.

Ma “dietro le quinte”, tra un profumato timballo di maccheroni in crosta e una delicata caponatina di Adelina, si sente ancora la voce del Camilleri e del commissario che abbiamo imparato ad amare, con la sua ironia e, al contempo, il suo sguardo lucido e preoccupato sull’attuale realtà economica, politica e sociale, di fronte alla quale un disgustato Montalbano non può che chiedersi: Che munno era chisto nel quali all’omo si livava il travaglio, la possibilità di guadagnarisi onestamente il pani?

3) Il fiume della coscienza


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Un’ennesima eredità. Dopo tante, tutt’altro che spocchiose, lezioni impartite, Oliver Sacks da dove si trova, non da questo mondo, lancia altri temi su cui riflettere, dice la sua, s’incuriosisce e incuriosisce, regalando una specie di testamento concepito e concluso poco prima della sua scomparsa, datata 2015. Niente a che fare, insomma, con improvvisate opere post-mortem inventate da editori o esecutori testamentari. Un testo compiuto, in cui Sacks dimostra ancora una volta d’essere uno scienziato che aveva a cuore la letteratura e, in genere, ogni arte. La conferma è, appunto, nella raccolta postuma di saggi Il fiume della coscienza (213 pagine, 19 euro), che arricchisce la sua presenza nel catalogo Adelphi, tradotta da Isabella C. Blum. Spazia Sacks, senza pose, spocchia e toni accademici, allungando lo sguardo su argomenti dei più diversi. Capace di farlo, com’era, per la vasta cultura che gli si agitava in cuore, e attingendo sempre entusiasta al pozzo delle meraviglie, nelle sue conclusioni chiare ed efficaci, nel suo lessico non specialistico eppure preciso e cristallino.

Nei dieci saggi che compongono Il fiume della coscienza, il neurologo londinese non si nega nessuna… evoluzione, da Freud a Borges, da Darwin, a H. G. Wells, a Stephen Jay Gould (tutti maestri ammirati), passando per felci e lombrichi. Sempre animato da una passione totale e totalizzante per la conoscenza e per il sapere, una sete difficile da placare, sempre all’insegna del dialogo fra discipline (solo apparentemente) distanti fra loro. Non è necessario, per star dietro all’illuminante e profondo Sacks, avere competenze scientifiche e specifiche, serve però una notevole apertura di cuore e di mente e la totale assenza di pregiudizi.

È l’uomo (la sua evoluzione, la sua coscienza) il soggetto della ricerca di Sacks, che pure non disdegna di occuparsi di flora e fauna. L’uomo immerso nel tempo e nella relatività del suo scorrere (si veda il saggio Velocità), lentissimo o veloce, contratto o dilatato, a seconda delle situazioni, per esempio nei casi di pericoli mortali, o dell’età anagrafica. L’uomo immerso nella memoria (piuttosto fragile), talvolta rielaborata e rivissuta come se fosse nostra, quando magari così non è: una speculazione che, nel saggio La fallibilità della memoria, arriva a illuminare i percorsi di certi plagi artistici: valga per tutti un esempio universalmente noto, quello della condanna per plagio di George Harrison, “The quiet one” dei Beatles, per My sweet lord. Un plagio evidente secondo il tribunale ma, si spiega nella sentenza, inconsapevole, non deliberato. Come dire che, anche nei processi creativi, possono esserci manipolazioni inconsce.

Sacks propone sempre, inequivocabilmente, riflessioni brillanti. Che scriva di sindrome di Tourette, di emicrania, di Borges (richiamando implicitamente altri campioni della letteratura moderna), di autismo, va sempre oltre al già detto, intrecciando scientifico e quotidiano, non due mondi distanti ma, nel suo modo di intendere vita e arte, totalmente comunicanti. Non è mai astratto, è sempre poco accademico, per nulla, anzi piuttosto “eversivo”. E per tutto ciò è bello continuare a leggerlo, non bisogna smettere di ringraziarlo.

4) L’Ordine del tempo 


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Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso a nulla. Ascolto lo scorrere del tempo. Questo è il tempo.

Carlo Rovelli dimostra per l’ennesima volta di essere un ottimo divulgatore scientifico. Dopo il successo di Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi, 2014) – che aveva sorpreso positivamente pubblico e critica dimostrando che la fisica è un universo accessibile a tutti – L’ordine del tempo sposta l’asticella un poco più in alto, mantenendo le caratteristiche che avevano decretato il successo del precedente libro.

Si parte da nozioni semplici: Il tempo scorre più veloce in montagna e più lento in pianura. Per giungere a questioni sempre più complicate (ma mai inaccessibili): Le relazioni di adiacenza spaziale legano i grani di spazio in reti.

Con solo una formula matematica in tutto il libro (per di più semplicissima), un linguaggio scorrevole e piacevole, adatto anche a chi non è un habitué della fisica e della matematica, il libro ci porta nelle profondità della ricerca scientifica sul più difficile mistero dell’universo: il tempo.

Cos’è il tempo, come è fatto, come scorre, come lo possiamo considerare? Sembrano domande banali, eppure le risposte che troveremo nel testo sono profonde e stimolanti, mai banali anche per chi ha studiato fisica, sicuramente illuminanti per chi affronta l’argomento per la prima volta.

Un viaggio che tocca l’intero universo di ricerca temporale, spaziando dalla Storia alla Filosofia alla Fisica (impossibile parlare di tempo senza citare Anassimandro, Aristotele, Newton), con una prima parte semplice e divulgativa, e una seconda parte più tecnica e scientifica. L’insieme risulta armonico e ben equilibrato.

Dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, che la fusione tra cultura classica e cultura scientifica non può che essere proficuo scontro/incontro, abbraccio sinergico che per troppo tempo è stato dimenticato da scienziati e ricercatori.

Anche le parole che ora diciamo il tempo nella sua rapina ha già portato via e nulla torna.

5) Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo


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“Perché le matite gialle vendono di più delle altre? Perché Flaubert veste di blu Emma Bovary? Perché nei dipinti di Mondrian il verde non c’è mai? E perché invece Hitchcock lo usa in abbondanza?”
Il nuovo libro di Riccardo Falcinelli, racconta come nella società delle immagini il colore informa, come nelle mappe. Seduce, come in pubblicità. Narra, come al cinema. Gerarchizza, come nelle previsioni del tempo. Organizza, come nell’infografica. Valorizza, come nei cosmetici. Distingue, come negli alimenti. Oppone, come nella segnaletica stradale. Si mostra, come nei campionari. Nasconde, come nelle tute mimetiche. Si ammira, come nelle opere d’arte. Infine, nell’esperienza di ciascuno, piace. Tutto questo accade grazie a qualche tecnologia. In primis quella dei mass media, che comunicano e amplificano le abitudini cromatiche. Il pubblico osserva, sceglie, impara; finché queste consuetudini non standardizzano la percezione e il colore comincia a parlare da solo, al punto da sembrare un fatto naturale. Intrecciando storie su storie, e con l’aiuto di 400 illustrazioni, Falcinelli narra come si è formato lo sguardo moderno, attingendo all’intero universo delle immagini: non solo la pittura, ma anche la letteratura, il cinema, i fumetti e soprattutto gli oggetti quotidiani, che per la prima volta ci fa vedere in maniera nuova e inconsueta. Tutte le società hanno costruito sistemi simbolici in cui il colore aveva un ruolo centrale: pensiamo al nero del lutto, al rosso del comunismo o all’azzurro del manto della Madonna. Ciò che di straordinario è accaduto nel mondo moderno è che la tecnologia e il mercato hanno cambiato il modo in cui guardiamo le cose, abituandoci a nuove percezioni. Visto su uno smartphone, un affresco risulta luminoso come una foto digitale. Le tinte cariche e brillanti dello schermo sono ormai il parametro con cui valutiamo la purezza di ogni fenomeno cromatico. Chi ha conosciuto il colore della televisione, insomma, non può piú vedere il mondo con gli occhi del passato. Magari non ne siamo consapevoli, ma abbiamo in mente il giallo dei Simpson anche di fronte a un quadro del Rinascimento. Cromorama ci racconta come oggi il colore sia diventato un filtro con cui pensiamo la realtà. Perché le matite gialle vendono di piú delle altre? Perché Flaubert veste di blu Emma Bovary? Perché nei dipinti di Mondrian il verde non c’è mai? E perché invece Hitchcock lo usa in abbondanza?

 

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